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Le vostre domande più frequenti

Dottore, perché ingrasso “senza mangiare”? Sarà la tiroide?

Questa, probabilmente, è la domanda più frequente che ogni medico, in particolare lo specialista endocrinologo, si trova a dover sentire nella pratica ambulatoriale quotidiana ed è anche l'interrogativo che più frequentemente si pone chi, attento alla propria forma fisica, si ritrova ad avere “senza alcun apparente motivo” qualche chilo di troppo. Se poi prendiamo in considerazione i soggetti obesi ed i “grandi obesi”, si tratta spesso di soggetti che da sempre convivono con l'incubo della bilancia, della “dieta”, altalenando tra periodi di restrizioni alimentari e periodi di “stanchezza psicologica” con ripresa del peso corporeo (configurando quella che viene riconosciuta come “Sindrome dello Yo-Yo”). I soggetti obesi tendono spesso a considerarsi “diversi”, in qualche modo “sfortunati”, proprio perché addebitano la causa del loro disagio fisico e psicologico a fattori esterni, magari di natura “ormonale”. Che il sistema endocrino regoli il metabolismo è un dato di fatto, ma che possa rappresentare la causa principale di importanti alterazioni metaboliche, non è mai stato dimostrato, se non nel 5% dei casi. Solo in questa piccolissima percentuale il fattore ormonale può incidere effettivamente o essere causa di importanti alterazioni ponderali, fino al quadro dell'obesità vera e propria.
Pertanto, e concludo, il dosaggio degli ormoni tiroidei (o di altri ormoni ancor più raramente implicati in queste problematiche) ha una sua importanza, ma non sicuramente allo scopo di trovare finalmente una causa alla base dell'obesità.
Perché è importante lo screening tiroideo?
Per “screening tiroideo” si intende l'associazione, anche in assenza di sintomi, di dosaggi ormonali, esame obiettivo (in corso di visita medica) ed eventuale diagnosi strumentale (mediante ecografia del collo).
Le malattie della tiroide hanno un'incidenza alquanto elevata, se consideriamo che il gozzo (aumento di volume della tiroide) interessa fino al 20% della popolazione italiana (con punte del 75% in alcune regioni), i noduli tiroidei interessano dal 30 al 60%, le tiroiditi dal 5 al 15% della popolazione.
Alcune di queste patologie possono essere veramente importanti. Basti pensare che il gozzo può raggiungere dimensioni tali da comprimere strutture vicine fondamentali per la sopravvivenza (trachea, con conseguenti problematiche respiratorie ed esofago con comparsa di disfagia), le tiroiditi possono dare alterazioni funzionali anche invalidanti (ipotiroidismo: gonfiore, astenia, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, intolleranza al freddo, etc.; ipertiroidismo: dimagrimento, insonnia, ansia, irritabilità, sudorazione profusa, intolleranza la caldo,etc.), i noduli tiroidei possono nel 5% dei casi (fortunatamente nel restante 95% trattasi di neoplasie benigne) essere rappresentati da tumori maligni. In particolare quest'ultimo punto presenta un trend di crescita, anche in considerazione della maggior tendenza alla diagnosi e all'identificazione precoce di lesioni anche molto piccole.
Il tumore alla tiroide deve far paura?
Ad oggi si può sicuramente affermare che una diagnosi precoce di tumore tiroideo è pari ad una guarigione completa. Si tratta infatti, in genere, di tumori a scarsa aggressività, a crescita alquanto lenta, anche come capacità di metastatizzazione. Ma ripeto, solo nei casi identificati in tempo utile.
Il riscontro clinico o ecografico di nodulo tiroideo deve pertanto sempre richiamare la nostra attenzione, perché alcuni di questi noduli possono avere caratteristiche suggestive per noduli “sospetti” e basta un semplice e quasi indolore esame citologico (mediante agoaspirazione del nodulo) per chiarirne la natura ed intervenire in tempo, prima che diventi un reale problema.
Solo in rarissimi casi si tratta di tumori aggressivi e a veloce crescita e le possibilità di approccio terapeutico sono molto scarse. In questi casi, però, si tratta di neoplasie che insorgono nell'arco di tempi veramente brevi, raggiungono grosse dimensioni e da subito richiamano l'attenzione del paziente.
Obesità e diabete mellito: la “diabesità”.
Obesità e diabete sono attualmente riconosciuti come i “mali del secolo”, perché entrambi riconoscono alla base lo stato di benessere in cui ci troviamo e che ci porta ad associare a errate e abbondanti abitudini alimentari uno stile di vita sedentario.
L'obesità e il diabete hanno molte caratteristiche in comune:
Sono mali molto silenziosi e subdoli, in quanto non danno sintomi, dolore o altro.
L'uno può essere causa dell'altro, nel senso che spessissimo l'obeso diventa diabetico e il diabetico può diventare obeso.
Se non danno sintomi nell'immediato, tendono a dare gravi complicazioni a lungo termine (patologie cardiovascolari, ad es. l'infarto del miocardio o l'ipertensione; patologie cerebrovascolari, tipo l'ictus cerebrale; ipercolesterolemia e altre dislipidemie; etc).
Da queste brevi considerazioni si può dedurre un concetto importante: il diabete fa paura, ma non altrettanto succede per l'obesità. E perché non riusciamo a convincerci che si tratta di due condizioni che vanno a braccetto, che si influenzano a vicenda, che possono l'una sfociare nell'altra?
L'obesità non va assolutamente sottovalutata, soprattutto nei bambini, che hanno ancora una vita davanti e che vengono sottoposti per troppo tempo agli effetti deleteri del grasso corporeo in eccesso.
Il diabete, d'altro canto, va riconosciuto precocemente e va curato nella maniera più corretta, anche a costo di doversi sottoporre a terapie che non ci aggradano (un esempio per tutti: l'insulina!), perché se i sintomi non sono immediati, quando compariranno, sarà già troppo tardi e non sarà più possibile tornare indietro.
Le diete “moda” e le “classiche”: quali preferire?
Giornalmente, minuto per minuto, siamo bombardati letteralmente da notizie, provenienti dai media, sull'obesità, sul grasso in eccesso, sulla forma fisica, sul fitness ed il wellness, e chi più ne ha più ne metta. Le informazioni che provengono da più lati sono estremamente varie e l'effetto è solo quello di ingenerare confusione nell'utente. Questo perché vengono continuamente pubblicizzati prodotti miracolosi per la perdita di peso (anche senza sottoporsi a particolari sacrifici a tavola), si parla di regimi dietetici tra i più svariati, e anche fantasiosi direi, che promettono di cambiare la vita, oltre che il “giro vita”, di chi vi si converte. Quello di cui mi rendo conto, però, è che il paziente si trova in seria difficoltà e spesso, pur in presenza di difficoltà economiche, intraprende strade che, purtroppo, non porteranno ad alcun risultato.
Il punto della situazione è solo questo: la strada che porta al raggiungimento del benessere psico-fisico non è mai breve e lineare, non è fatta di scorciatoie, ma è un percorso lungo e tortuoso, fatto di cambiamenti radicali del proprio stile di vita.
E allora, quali sono le abitudini alimentari corrette? Ad oggi le varie diete che la moda ha proposto (che effettivamente determinano un calo di peso in breve termine) non hanno mai dimostrato scientificamente degli effetti duraturi, né dei benefici sulla salute del paziente. Spesso anzi si tratta di regimi estremamente rigidi e squilibrati che possono mettere a serio rischio lo stato di salute del paziente e vanno seguite solo in casi eccezionali, per brevissimi periodi e sotto stretto controllo medico. La dieta “vincente”, nel breve e nel lungo termine, è sicuramente la classica dieta mediterranea, nelle giuste proporzioni e valutando lo stato nutrizionale del paziente in esame. Quindi il consiglio è sempre quello di evitare il “fai da te” e rivolgersi a personale medico esperto per evitare errori che potrebbero rendere più duro e anche pericoloso il percorso verso il benessere psico-fisico.
Che cosa è la “Sindrome dell'ovaio policistico”?
La sindrome dell'ovaio policistico (PCOS) è una condizione che potremmo definire “nè patologica, nè fisiologica”. In breve si tratta di un quadro clinico caratterizzato da irregolarità mestruali, iperandrogenismo (acne o irsutismo), sovrappeso o obesità, presenza di cisti ovariche, anovularietà cronica. La presenza di alcune delle caratteristiche su citate in associazione (svariate sono le classificazioni cui si può far riferimento. Starà al clinico valutare se la paziente rientra nel caso specifico) configura questo quadro clinico molto comune nelle donne in età fertile. Non si può parlare di “patologia” perché spesso si tratta di una condizione temporanea che da sola si risolve nel tempo, né di “fisiologia” perché i sintomi cui si accompagna rappresentano frequentemente un problema serio per la paziente.
Bisogna tener conto del fatto che sovente subito dopo il menarca il ciclo presenta delle irregolarità, le ovaie si presenta con aspetto microfollicolare, la cute può essere più grassa (acne o seborrea) e il peso può presentare delle variazioni. Tutte queste sono condizioni fisiologiche che rientrano nella normalità nell'arco di qualche mese o anno. Nel caso di persistenza dei sintomi negli anni successivi o di comparsa improvvisa o meno di sintomi quali l'irsutismo o l'acne o l'assenza di ciclo mestruale o infertilità, è di fondamentale importanza eseguire un controllo del pattern ormonale, allo scopo di individuare la causa primaria e di intraprendere la terapia più mirata al caso specifico.
Esiste la cura dell'irsutismo?
La mia risposta non è univoca. Nel senso che, nella maggior parte dei casi, è possibile individuare la causa dell'iperandrogenismo ed instaurare una terapia specifica (estro-progestinica con antiandrogeno, insulinosensibilizzante o locale) ovviamente associata a metodi di rimozione fisica del pelo, temporanei o permanenti (perché l'effetto della terapia è solo quello di ritardare la crescita del pelo, non di rimuovere la peluria in eccesso). In una certa percentuale però non è possibile identificarne la causa. In questi casi si parla di “irsutismo idiopatico” verosimilmente dovuto ad una maggiore sensibilità del bulbo pilifero a normali livelli circolanti di ormoni androgeni. Allora la terapia risulterà un po' più empirica e meno mirata.
I risultati in ogni caso non sono mai immediati, ma richiedono almeno 6-12 mesi per evidenziarsi.
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